Quando la “comodità” diventa il vero integratore

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Se da un lato gli incenti­vi per l’efficienza ener­getica hanno trainato il comparto, dall’altro il vero “fattore X” è rappresenta­to dagli agenti vocali, che hanno rivoluzionato l’interazione tra u­tente e abitazione nel segno del­la comodità immediata. In questo scenario, gli assisten­ti vocali si trasformano in veri e propri “integratori” che conosco­no le abitudini degli utenti meglio di loro stessi, grazie a una mole impressionante di dati raccolti. È una dinamica che apre gran­di opportunità commerciali, ma che impone alla filiera elettrica una riflessione profonda sulla sicurezza, sulla proprietà dei dati e sul valore insostituibile della consulenza professionale.

L’analisi di Fulvio Spelta.

Il mercato della smart home è in crescita dal punto di vista dei numeri. Ma nel comparto ci sono delle criticità, delle zone grigie che richiedono attenzione?

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FULVIO SPELTA, consulente esperto in Problem Solving, Business Intelligence e innovazione tecnologica, con specializzazione in IT, Industria 4.0, IoT e Smart Home

«Possiamo considerare la smart home un greenfield. La normativa attuale punta molto su efficienza energetica e Building Automation, ma si scontra con la realtà del parco immobiliare italiano, composto prevalentemente da edifici esistenti. Se nelle grandi aree urbane come Milano i costruttori adottano soluzioni avanzate per intercettare gli incentivi, nelle ristrutturazioni private questa spinta viene meno.

Il mercato sta seguendo un percorso di maturazione ed espansione grazie a dispositivi di vari produttori che iniziano a dialogare tra loro grazie a standard come il protocollo Matter, ma il processo è lento e la consapevolezza del valore dell’automazione fatica ancora a raggiungere installatori e consumatori fuori dai grandi centri».

I consumatori oggi sono più informati, ma restano poco attratti dalle sigle tecniche o dalle specifiche dei protocolli. È così?

«Certamente, ed è un punto cruciale. Chi investe in queste soluzioni chiede all’installatore benefici tangibili: risparmio in bolletta, sicurezza e semplificazione della vita quotidiana. La tecnologia fine a sé stessa non ha valore per l’utente finale. Discorso diverso vale per chi progetta e installa: il professionista deve conoscere i protocolli proprio per garantire al cliente prodotti che durino nel tempo, rispettando il ciclo di vita dell’abitazione e non solo l’entusiasmo del momento».

Un altro ostacolo però è rappresentato dai costi, spesso più alti della media.

«Nell’ambito dell’impianto elettrico è chiaro che installare dispositivi smart di qualità ha costi non paragonabili ai prodotti entry-level. La sfida per il progettista e l’installatore sta nel saper spiegare che non si tratta di una “spesa”, ma di un investimento in efficienza e sicurezza. Non è semplice, anche perché mancano modelli di riferimento che rendano chiaro al consumatore il beneficio concreto dell’automazione.

Ma se l’impianto rimane stabile, ciò che vi viene connesso, trainato dalla diffusione dei controllori vocali, vede ormai una enorme disponibilità di oggetti smart integrati acquistati direttamente dall’utilizzatore come le TV, le lampade, ma anche le prese “intelligenti” o i termostati in grado di controllare ogni singolo radiatore. Una veloce verifica su dati pubblici mostra che sono disponibili migliaia di varianti di lampade led e prese intelligenti. Il supporto di Matter da parte di Alexa porterà in breve tempo a generazioni di oggetti naturalmente integrati nel sistema.

Questi oggetti “fai-da-te” promettono comodità e mantengono la promessa di semplificare piccoli gesti, come accendere le luci o aprire un cancello via smartphone, ma anche attività domestiche come far partire una lavatrice tradizionale quando lo si ritiene opportuno. Insieme, questi elementi creano scenari che l’utente percepisce già come domotica, anche se sono solo l’inizio».

Così l’utente è subito soddisfatto, ma l’impianto elettrico resta sostanzialmente com’era e il suo ecosistema non cresce in modo strutturato.

«Esatto. La comodità diventa una potente leva di promozione per l’utente, ma la sua “sovrapposizione” all’impianto elimina di fatto l’installatore dalla scena confinandolo solo dove richiesto (pensiamo alla ripartizione dei costi di riscaldamento nei condo­mini) rendendo ogni altra valuta­zione tecnica marginale. Questo crea rischi relativi alla sicurezza delle informazioni che gli ogget­ti smart generano: pensiamo al­le telecamere economiche che molti installano per il monitorag­gio: con pochi euro si ottiene la funzione di videosorveglianza, ma quali sono le garanzie sulla privacy? Spesso il basso costo è compen­sato da una protezione minima dei cloud dove transitano i nostri video, esponendo i dati sensibili ad attacchi informatici o a pesan­ti violazioni della riservatezza».

L’intelligenza artificiale farà, o fa già parte, della smart home?

«Con le interazioni vocali e i sistemi che apprendono le nostre abitudini, siamo già in pieno territorio AI, che si tratti di LLM (Large Language Models) più o meno evoluti. La vera sfida, però, è rendere accessibile quella tecnologia che oggi resta “nascosta” nei servizi cloud. Dobbiamo farla emergere affinché restituisca dati utili all’ottimizzazione dei consumi. Se realizzare edifici isolati con impianti moderni è ormai uno standard, la vera difficoltà è mantenere alte le prestazioni energetiche nel tempo. In questo, l’IA può essere decisiva: può analizzare lo stato attuale dell’edificio, prevedere derive nei consumi e suggerire interventi correttivi per recuperare la massima efficienza».

Parlando di sistemi intelligenti che gestiscono dati, dove finisce l’utilità e dove inizia il rischio per l’utente?

«Dove “arriva” l’oggetto intelli­gente e la connessione arrivano inevitabilmente i rischi che divi­derei idealmente in due “aree”. La prima la chiamerei il “rischio tempo”: il ciclo di vita di una ca­sa è lunghissimo se confrontato con i cicli tecnologici. Questo im­plica che la tecnologia installata rimarrà attiva e stabile a lungo creando seri problemi di sicurez­za e aggiornamento. Ad esempio, una vulnerabilità nel firmware di un apparato po­trebbe non venire risolta perché dopo pochi anni il produttore po­trebbe cessare il supporto; cosa che avviene regolarmente nel mondo IT; proprio l’ottobre scor­so, ad esempio, è cessato il sup­porto a Windows 10.

L’altro tema è naturalmente la privacy, ovvero chi può vedere i dati che i nostri oggetti smart producono e cosa può farci. Que­sto tema è spesso sottovalutato perché si ignora che letteralmen­te tutto è un dato. Se accendo o spengo una luce ho prodotto un dato, se regolo la temperatura del termostato ho prodotto un dato e, se singo­larmente, questi dati apparente­mente contengono poca infor­mazione, una semplice storiciz­zazione e relazione con altri dati produce informazioni dettagliate sulle nostre abitudini e preferen­ze.

Gli “algoritmi” hanno la necessi­tà di avere i dati per aiutarci nel rendere la casa comoda, per otti­mizzare i consumi e generare ri­sparmio e fornirci servizi sempre più personalizzati. Per riuscirci questi “agenti esterni” ci analiz­zano e comprendono le nostre a­bitudini ma, quando i dati raccolti diventano troppo dettagliati e in­terconnessi, le nostre vite diven­tano “trasparenti”: è come uscire di casa lasciando le chiavi inseri­te nella serratura, anzi è pubbli­care anticipatamente l’ora esatta in cui usciremo domani!

Se l’evoluzione di questi agenti sarà chiaramente nella direzione di una sempre maggiore capaci­tà predittiva, il punto critico è chi gestirà queste informazioni che oggi sono quasi sempre in mano alle Big Tech. In questo scenario, la filiera tradizionale dell’impian­tistica deve saper rivendicare un ruolo di controllo e tutela».

L’approccio corretto sembra essere quello della “sana prudenza”: sì alla comodità, ma con una forte attenzione alla qualità delle soluzioni proposte.

«Certamente. Non dobbiamo ri­nunciare ai vantaggi della tec­nologia, ma è fondamentale in­formarsi, e informare il cliente, sull’affidabilità dei produttori e sulla gestione dei dati. In questo contesto, il supporto qualificato del distributore o di un partner e­sperto è decisivo: può fare la dif­ferenza tra l’offrire una soluzio­ne realmente durevole e sicura o vendere un sistema che tra poco tempo costringerà l’utente a rifa­re tutto da capo».

I dispositivi low cost possono porre problemi di sicurezza e privacy dei dati, ma anche di rapida obsolescenza. Come orientarsi correttamente?

«C’è un aneddoto emblematico: qualche anno fa, un brand cinese con milioni di dispositivi attivi, soprattutto negli Stati Uniti dove molte persone avevano automatizzato fortemente le loro case, decise di dismettere una linea di prodotti spegnendo, letteralmente durante la notte americana, i server cloud e lasciando migliaia di case “al buio”.

Per evitare questi scenari, la strategia migliore è affidarsi a brand consolidati che garantiscano linee di prodotto longeve e basate su protocolli aperti e interoperabili come Matter, KNX o Zigbee per citarne alcuni dei più diffusi. Ma serve anche un “piano B”: l’impianto deve essere progettato in modo che, se la domotica dovesse avere un problema, le funzioni essenziali come l’illuminazione restino operative o comunque facilmente ripristinabili ad un costo nullo.

Non occorre rincorrere ogni novità tecnologica. È invece fondamentale che l’intera filiera, dai distributori agli installatori, sfrutti la formazione offerta dai produttori per comprendere davvero cosa si sta installando».

Un consiglio take away per approcciare correttamente alla questione?

«Ai professionisti suggerisco di al­lestire un piccolo “laboratorio” personale con dispositivi smart: testare le prestazioni e analizza­re la documentazione in prima persona è l’unico modo per tra­smettere valore reale al cliente. Non si può vendere ciò che non si padroneggia. Ai clienti finali, invece, consiglio di iniziare con dispositivi semplici ma integrabili, cercando di avere sempre una visione d’insieme della casa.

Non dimentichiamo, infine, il va­lore sociale della tecnologia: per un anziano o una persona con mobilità ridotta, l’automazione di un gesto semplice come ac­cendere le luci non è solo una “comodità”, ma un fattore di au­tonomia e sicurezza. È qui che la smart home crea il suo valore più profondo».

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