Nel mondo contemporaneo l’informazione genera calore: se correttamente integrati al contesto urbano, i data center possono creare valore per il territorio, diventando infrastrutture strategiche per la transizione energetica.
AI, IoT e 5G sono tra le tecnologie trainanti della trasformazione digitale, che sta ridisegnando l’architettura stessa delle infrastrutture IT e quindi dei data center, i nodi principali della rete. La diffusione dei data center edge – più piccoli, distribuiti e vicini ai centri abitati – risponde alla crescente necessità di elaborazione dei dati in prossimità delle utenze e, parallelamente, stimola le istituzioni a definire un quadro regolatorio ad hoc.
La nuova generazione di data center offre interessanti opportunità, ad esempio per trasformare asset immobiliari esistenti (industrie, uffici) in hub di calcolo ad alte prestazioni, a fronte di oneri e vincoli più contenuti rispetto ai grandi data center di nuova costruzione. Il loro fabbisogno energetico è inferiore e, con una progettazione adeguata, consentono il recupero del calore, ponendosi come catalizzatori per iniziative di rigenerazione urbana.
Le linee guida della Regione Lombardia (DGR 2629 del 24/6/2026) sono il primo esempio in Italia di regolamentazione dei criteri per l’insediamento dei data center. In particolare, per gli interventi di potenza superiore a 50 kWt, le linee guida:
- richiamano gli obblighi vigenti in tema di autorizzazione ambientale;
- prevedono la valutazione della compatibilità dell’intervento da parte delle conferenze dei servizi; –
- forniscono indicazioni per valutare l’idoneità della localizzazione, ad esempio rispetto a disponibilità di energia a basso costo, rischio ambientale, qualità paesaggistica del sito, impatto sulle reti ecologiche, presenza di infrastrutture e di altre attività, ecc..
Il recupero delle aree dismesse, l’uso delle fonti rinnovabili e l’integrazione a livello territoriale (teleriscaldamento, CER, ecc.) sono fra i casi citati dalle linee guida, che ambiscono a regolamentare l’apertura di nuovi data center soprattutto nell’area milanese, tra principali aree in Europa per concentrazione di infrastrutture IT.
Come cambia il data center
Deerns Italia contribuisce all’evoluzione del data center con soluzioni che integrano efficienza energetica, innovazione tecnologica e dialogo con il territorio.

Abbiamo chiesto all’ing. Mauro Rigo, Business Developer Data Center, quali implicazioni impiantistiche comporta la trasformazione da consumer a prosumer.
«Il data center è sempre stato pensato come un carico passivo: assorbe energia, garantisce continuità e minimizza i rischi. Oggi invece può diventare un nodo attivo del sistema energetico, trasformandosi da infrastruttura tecnica a nodo strategico dell’economia digitale ed energetica.
Questo implica progettare impianti in grado di interagire con la rete, modulare i consumi, integrare sistemi di accumulo e valorizzare l’energia che altrimenti andrebbe dispersa, come il calore. Non è solo una questione d’efficienza, ma di ruolo sistemico. Di conseguenza il cambiamento è radicale e incide direttamente sul modo in cui si progetta l’infrastruttura».
In che modo cambia l’architettura elettrica di un data center prosumer?
«I livelli interessati sono numerosi. L’UPS, ad esempio, non è più solo un sistema di continuità ma diventa una risorsa dinamica. Se integrato con sistemi BESS può partecipare a logiche di peak shaving, o fornire servizi alla rete. Il ruolo dell’Energy Management System diventa centrale: è il cervello che coordina carichi IT, accumuli, produzione rinnovabile e condizioni della rete. Si passa da un’architettura rigida a una logica molto più flessibile e orchestrata».
Retrofit e innovazione
Quali soluzioni e tecnologie per il raffreddamento facilitano la trasformazione in prosumer?
«Negli impianti esistenti in Italia, le soluzioni più immediate sono quelle che permettono di migliorare l’efficienza senza stravolgere tutto: è il caso del free cooling ad aria e ad acqua, che sfrutta le condizioni climatiche esterne per ridurre drasticamente il ricorso a sistemi meccanici energivori. In molte aree del nord Italia questo approccio è particolarmente efficace e consente di liberare capacità energetica, cioè consumare meno a parità di servizio. Ridurre il fabbisogno è il primo passo, poi si inizia a interagire in modo più attivo con la rete».

Il passaggio al raffreddamento a liquido amplia le possibilità di applicazione?
«Il trasferimento del calore con liquido è più efficiente e, soprattutto, avviene normalmente a temperature più elevate rispetto all’aria. Il calore in uscita dal data center è di qualità migliore, più vicino alle temperature operative richieste dal teleriscaldamento e dall’industria. In alcuni casi può essere utilizzato direttamente, o con un minimo boost, rendendo molto più concreto il modello di data center che contribuisce attivamente al sistema energetico locale».
Raffreddamento a liquido
Quali cambiamenti comporta il liquid cooling per la progettazione degli impianti meccanici?
«Con il raffreddamento ad aria, il cuore del progetto è la gestione dei flussi d’aria: grandi volumi, distribuzione uniforme, separazione caldo/freddo, unità CRAC/CRAH, canalizzazioni. Con il raffreddamento a liquido tutto il sistema si sposta verso una logica idronica. La prima trasformazione riguarda proprio l’architettura dell’impianto, che dispone di una capillare rete di distribuzione del liquido, che arriva fino al rack o addirittura direttamente al chip. Questo significa circuiti più complessi con scambiatori di calore intermedi, unità di distribuzione del liquido, sistemi di pompaggio ridondati e un controllo molto più preciso di portate, pressioni e temperature.
La vicinanza del fluido ai componenti elettronici impone inoltre specifiche molto più rigorose sulla qualità del fluido: conducibilità, presenza di particolato, corrosione, biofouling. Bisogna quindi prevedere sottosistemi dedicati per filtrazione, degasaggio e trattamento chimico, che diventano parte integrante del progetto meccanico.
La gestione della sicurezza è un altro tema rilevante. Il rischio di leakage deve essere gestito con una progettazione dei layout idonea al contenimento e al drenaggio, con sistemi di rilevamento delle perdite a più livelli (rack, piping, pavimento) e valvole per isolamento rapido. Infine, rispetto al modello precedente, la gestione degli impianti è più complessa. L’ottimizzazione tramite software, che può spingersi fino all’uso dell’intelligenza artificiale e dei digital twin, permette di gestire in modo dinamico temperature, flussi e carichi, riducendo ulteriormente i consumi e, soprattutto, rendendo il data center più flessibile».

Integrazione locale
Siamo pronti a usare su larga scala il calore recuperato dai data center?
«Tecnologicamente sì, ma il limite non è solo tecnico. Con il liquid cooling si raggiungono temperature del fluido che rendono il recupero del calore molto più efficiente rispetto al passato. Il vero nodo è l’integrazione con il territorio: serve una domanda termica costante e infrastrutture di distribuzione adeguate, come le reti di teleriscaldamento. Dove queste condizioni esistono il recupero è già economicamente sostenibile, altrove servono una pianificazione urbana integrata e una progettazione capace di mettere a sistema le potenzialità del territorio.
Portare i data center vicino ai centri urbani — come nel caso degli edge — significa confrontarsi con vincoli molto stringenti: rumore, gestione termica, uso dell’acqua, impatto visivo. Queste condizioni spingono verso soluzioni più sofisticate, come i sistemi di raffreddamento a circuito chiuso e le architetture ibride, ma apre anche nuove opportunità: integrazione con le reti energetiche locali, riuso del calore e persino utilizzi non convenzionali degli edifici».
In che senso?
«Se accettiamo che il data center diventi parte della città, allora anche la sua architettura può evolvere. Pensiamo a coperture trasformate in green roof accessibili, o a facciate progettate non solo per isolare termicamente, ma anche per contribuire alla qualità ambientale, ad esempio con materiali capaci di abbattere gli inquinanti. Anche le volumetrie possono essere reinterpretate per ospitare funzioni ibride come spazi sportivi o installazioni urbane».
Il valore dell’interazione
Dal punto di vista delle metriche, il PUE (Power Usage Effectiveness) è ancora sufficiente?
«Il PUE resta utile, ma è ormai insufficiente poiché misura solo l’efficienza interna, senza valorizzare aspetti sempre più importanti come il recupero del calore e il supporto offerto alla rete elettrica. La transizione al modello prosumer è legata alla capacità di uscire dai confini del data center. Per questo motivo stanno emergendo metriche come l’ERF (Energy Reuse Factor) e il CUE (Carbon Usage Effectiveness)».
Quanto è importante oggi il software nella gestione degli impianti?
«È diventato fondamentale. Senza sistemi di controllo avanzati tutta questa complessità non sarebbe gestibile. I digital twin, ad esempio, permettono di simulare scenari e ottimizzare le decisioni in tempo reale. L’intelligenza artificiale inizia a essere utilizzata per prevedere carichi, ottimizzare il raffreddamento e migliorare l’efficienza complessiva. Non è più solo un’infrastruttura fisica: è un sistema cyber-fisico».
Dal punto di vista economico il modello prosumer è già sostenibile?
«Dipende molto dal contesto. Alcune componenti, come l’efficienza energetica e il recupero del calore in presenza di domanda locale, hanno già ritorni chiari. Altre, come la partecipazione ai mercati energetici, richiedono un quadro regolatorio favorevole. In generale – conclude Mauro Rigo – la direzione è chiara: il valore non risiede più solo nel servizio IT, ma anche nella capacità del data center di interagire con il sistema energetico».

Spesso gli impianti sono progettati per carichi molto inferiori rispetto agli standard odierni. Portarli a un livello “AI ready” richiede modifiche significative alla fornitura energetica e al sistema impiantistico, ad esempio generatori aggiuntivi, backup moderni e chiller evoluti.
Un data center “future ready” è progettato considerando i carichi, le tecnologie e le esigenze di domani, in particolare per le architetture di potenza e raffreddamento. Le densità di calcolo richieste dall’AI, ad esempio, stanno spingendo ai propri limiti i sistemi ad aria. Soluzioni ibride – che combinano aria e liquido, come rear-door o immersion cooling – stanno diventando sempre più praticabili anche in strutture esistenti. Adattando in modo intelligente i sistemi meccanici ed elettrici, gli operatori possono estendere la vita utile dei propri asset e prepararli per le sfide future.
