Secondo il nuovo rapporto di Italy for Climate, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “Troppa o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia”, il nostro Paese dispone oggi di circa 135 miliardi di m³ di acqua misurata come media di lungo periodo della risorsa idrica rinnovabile. È il quarto valore in Europa, dopo Francia, Svezia e Germania, ma il dato cambia radicalmente se rapportato alla popolazione: con 2.260 m³ pro capite, l’Italia scende al 19° posto europeo, a meno della metà della media continentale. E la tendenza è in peggioramento.
Infatti, in base ai dati Ispra richiamati dal rapporto, la disponibilità media annua di acqua è passata dai 166 miliardi di m3 del periodo 1921-1950 ai 135 miliardi del periodo 1991-2020, con una riduzione di circa il 20% in un secolo. La risorsa idrica disponibile su un territorio – ricorda il rapporto – deve alimentare in primo luogo il funzionamento di tutti gli ecosistemi che quel territorio ospita. Per capire se le attività umane stanno avendo una pressione eccessiva sulle risorse idriche si utilizza l’Indice di sfruttamento idrico, che misura la percentuale dell’acqua disponibile su un territorio che viene prelevata dall’uomo.
Valori di questo indice superiori al 20% sono considerati indicativi di una situazione di stress della risorsa. A tale proposito, il rapporto avverte che in Italia nel 2023 i prelievi destinati alle attività umane hanno rappresentato il 27% della risorsa disponibile in un anno, facendo dell’Italia il Paese europeo con i più alti livelli di stress idrico. Ma nelle regioni del centro-sud e nelle isole l’Indice potrebbe superare addirittura l’80%, segnalando condizioni di stress particolarmente intenso.
Nel contesto europeo – continua il rapporto – l’Italia si conferma il Paese con i maggiori prelievi idrici in assoluto con oltre 36 miliardi di m3, davanti alla Spagna, con meno di 33 miliardi di m3, seguita dalla Francia, con 26 miliardi di m3, e dalla Germania, con un prelievo annuo inferiore ai 25 miliardi di m3. E, in tale contesto, il rapporto sottolinea anche che il dato italiano dei prelievi negli ultimi vent’anni è rimasto sostanzialmente invariato. In rapporto alla popolazione la classifica cambia un po’ ma comunque l’Italia si conferma ai vertici: con una media giornaliera di 1.700 litri di acqua prelevata per persona residente, il nostro Paese è al quarto posto fra i Paesi della UE27, dietro alla Grecia (2.300 litri), Bulgaria (2.000 litri) e Spagna (poco meno di 1.900 litri).
Limitandosi a considerare il prelievo per usi civili, dal rapporto si rileva che l’Italia detiene il record assoluto in Europa con oltre 8 miliardi di m3. E non si osservano segni di significativi miglioramenti: il livello dei prelievi è più o meno costante, oscillando tra 8 e 9 miliardi di m3 da circa un ventennio. Il distacco dagli altri grandi Paesi europei, a cominciare da Francia, Spagna e Germania, è notevole: in Italia i prelievi sono più alti di circa il 50%.
Anche guardando ai prelievi per abitante, con circa 140 m3 pro capite all’anno, l’Italia presenta valori quasi doppi rispetto alla media dei cittadini europei. Livelli di prelievo così elevati – lamenta il rapporto – espongono in modo particolare la popolazione italiana agli effetti della crisi climatica, come dimostra il numero di interruzioni di fornitura idrica in molte città italiane.
L’85% dell’acqua ad uso civile in Italia – rileva poi il rapporto – proviene dalle falde sotterranee, più della media europea. Un prelievo diffuso di acqua ad uso potabile dalle falde acquifere può certamente avere effetti positivi in termini di qualità, ma espone a rischi di sfruttamento eccessivo di una risorsa non sempre considerata rinnovabile e quindi capace di rigenerarsi.Gli acquiferi sotterranei, infatti, hanno spesso tempi di ricarica molto lunghi, anche di diversi decenni. In diverse zone d’Italia si assiste così ad un abbassamento del piano di falda che costringe a scavare pozzi sempre più profondi per prelevare acque sotterranee.
L’Italia – si legge inoltre nel rapporto – presenta un annoso problema di infrastrutture idriche tutt’ora irrisolto, testimoniato dal fatto che, secondo l’ultima analisi di Istat, ben il 42% dell’acqua che viene prelevata a fini civili non arriva a destinazione. Preoccupante è anche il fatto che il tasso di perdite sia aumentato nel corso del tempo, passando da circa il 33% di perdite di fine anni ‘90 agli oltre 40% di oggi.
Questa situazione – conclude il rapporto – dipende da diversi fattori, connessi tra loro, come la vetusta età di molte infrastrutture e gli investimenti insufficienti. Anche in questo caso le differenze regionali sono significative e sono spesso proprio le regioni meridionali, quelle più esposte a siccità e a fenomeni di scarsità idrica, a presentare i livelli di perdite di rete più elevati, come nel caso della Basilicata, della Sicilia o della Sardegna.
