Le statistiche sull’acqua potabile in Italia

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L’Istat ha pubblicato uno studio che raccoglie i risultati più recenti delle indagini e delle analisi condotte sul tema acqua potabile dall’Istituto. L’obiettivo è offrire all’utente una visione integrata delle statistiche sulle acque, con particolare attenzione al territorio, alla popolazione e alle attività economiche.

Nel 2024, il volume di acqua prelevata per uso potabile in Italia – si legge nel documento Istatsi attesta a 8,87 miliardi di metri cubi, utilizzati per garantire gli usi idrici quotidiani della popolazione, ma anche di piccole imprese, alberghi, servizi, attività commerciali, produttive, agricole e industriali collegate alla rete urbana, oltre che per gli usi pubblici (scuole, uffici, ospedali, fontanili, ecc.). Nel 2024 – rileva l’Istat – prosegue la graduale contrazione del volume di acqua prelevata per uso potabile, un trend avviato nel 2018. Rispetto alla precedente edizione censuaria della rilevazione, riferita al 2022, il volume risulta in diminuzione del 3% e raggiunge il livello più basso registrato negli ultimi 25 anni.

La contrazione dei prelievi idrici – sostiene l’Istat – risente delle criticità legate alla riduzione della disponibilità di alcune fonti, con particolare riguardo ai problemi infrastrutturali e ai razionamenti imposti in varie aree del Paese che hanno ridotto i volumi movimentati. La flessione è inoltre determinata da alcuni segnali incoraggianti su scala locale, riconducibili al miglioramento dell’efficienza delle reti, alla diminuzione delle perdite e a un monitoraggio più accurato. A completare il quadro intervengono inoltre le dinamiche demografiche, come il calo della popolazione e l’aumento dell’età media, che stanno rimodellando i consumi.

Il prelievo giornaliero è pari a circa 24,2 milioni di metri cubi (411 litri per abitante al giorno) ed è reso possibile da una rete di approvvigionamento che conta circa 37.400 fonti attive per gli usi idropotabili sul territorio nazionale, con una media di 12 punti di prelievo ogni 100 km². Nel 2024, il maggiore prelievo di acqua per uso potabile avviene nel distretto idrografico del fiume Po, con 2,73 miliardi di metri cubi (30,8% del totale nazionale). Segue il distretto idrografico dell’Appennino meridionale, con 2,18 miliardi di metri cubi (24,6% del volume nazionale). Il distretto idrografico della Sardegna registra, di contro, il volume più basso (0,3 miliardi di metri cubi, 3,4% del volume nazionale). A livello regionale, il volume più elevato di acqua per uso potabile è prelevato in Lombardia (1,42 miliardi di metri cubi, 16% del totale nazionale). Quantitativi significativi sono captati anche nel Lazio (1,12 miliardi di metri cubi, 12,6%) e in Campania (0,83 miliardi, 9,4%). I volumi prelevati pro capite – continua l’Istat – presentano un divario molto ampio a livello regionale: dai circa 100 litri per abitante al giorno rilevati in Puglia agli oltre 1.700 litri del Molise.

Nel 2024, l’84,8% del prelievo deriva da acque sotterranee (sorgenti e pozzi) e il 15,1% da acque superficiali (corso d’acqua, lago naturale e bacino artificiale).
A integrazione delle fonti di acqua dolce, per sopperire alle carenze idriche, una piccola parte del prelievo, pari a 9,2 milioni di metri cubi (lo 0,1% del totale), è derivata da acque marine ed è concentrata soprattutto in Sicilia, per approvvigionare le isole minori, e in minima parte in Toscana e Lazio.

Nel 2024, i residenti coinvolti da misure di razionamento dell’erogazione dell’acqua nei capoluoghi di provincia/città metropolitana – rileva l’Istat — sono oltre un milione (5,8% della popolazione), in aumento rispetto ai 760mila dell’anno precedente (4,3% nel 2023). Le criticità riguardano soprattutto il Mezzogiorno e, in particolare, la Sicilia. Nel 2025, 2,7 milioni di famiglie dichiarano di aver riscontrato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nell’abitazione: sono il 10,2% delle famiglie, una quota in aumento di 1,5 punti percentuali rispetto al 2024. Nel 2025, tre famiglie su 10 non si fidano a bere l’acqua del rubinetto, ma sono oltre la metà in Sicilia (57,6%) e Sardegna (52,1%).

Nel 2023 la produzione di beni e servizi per la gestione delle acque reflue e dell’acqua – rileva infine l’Istat – è pari a 15 miliardi a prezzi correnti (+0,5% rispetto al 2022) e genera un valore aggiunto di 6,2 miliardi (-1,3% rispetto al 2022), pari allo 0,3% del Pil italiano. Il 95% del valore della produzione riguarda beni e servizi per la depurazione delle acque reflue e il rimanente 5% le attività finalizzate a rendere efficiente il prelievo di acqua, ridurre le perdite nella distribuzione e preservare lo stock di risorse idriche.

Nel 2023, la spesa per servizi di gestione delle acque reflue è pari a 13,5 miliardi a prezzi correnti (+1% rispetto al 2022), ed è sostenuta per il 71% dalle imprese, il 19% dalle famiglie e il 10% dalla Pubblica Amministrazione e dal settore no profit. Nel 2023, il 71,4% della spesa per la gestione delle acque reflue è destinato all’utilizzo di servizi di depurazione da parte di imprese, famiglie e PA; il 21,3% a investimenti (effettuati prevalentemente da operatori del servizio idrico integrato).

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