La temperatura dei bollitori dell’acqua calda centralizzata è definita dalla normativa?

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bollitori dell’acqua
IN ITALIA uno dei riferimenti principali per la produzione e distribuzione di ACS è il D.P.R. 412/1993

In un impianto di acqua calda centralizzata, la regolazione della temperatura nei bollitori e nella rete di distribuzione non è una scelta arbitraria: è determinata da normative tecniche e disposizioni legislative che bilanciano efficienza energetica, igiene sanitaria, sicurezza degli utenti e prestazioni dell’impianto.

In Italia, uno dei riferimenti principali per la produzione e distribuzione di acqua calda sanitaria (ACS) è il D.P.R. 412/1993, che disciplina i requisiti e il dimensionamento degli impianti termici. Questo Decreto stabilisce che negli impianti centralizzati di tipo residenziale la temperatura dell’acqua, misurata nel punto di immissione nella rete di distribuzione, non deve superare i 48 °C, con una tolleranza di +5 °C. Questo significa che, in condizioni normali la temperatura dell’acqua calda in uscita dal bollitore o dal generatore, non deve superare mediamente circa 53 °C. Questo limite non è casuale: serve a ridurre il rischio di scottature agli utenti.

Mentre limiti di temperatura più bassi proteggono da scottature, la regolazione della temperatura dell’ACS è influenzata anche da esigenze igienico-sanitarie. Infatti, una temperatura troppo bassa favorisce la proliferazione di batteri come la Legionella, che si sviluppano rapidamente in acqua stagnante tra i 25 °C e i 50 °C. Per questo motivo, molte normative tecniche e linee guida (come quelle europee e le norme EN/UNI) spesso raccomandano che l’acqua nel serbatoio o nel circuito di produzione venga mantenuta a temperature superiori ai 55–60 °C per inibire la crescita di microrganismi patogeni.

È importante capire che queste raccomandazioni igieniche non contraddicono direttamente i limiti di 48 °C per la distribuzione, ma piuttosto indicano che il sistema di produzione e distribuzione deve prevedere mezzi tecnici per garantire sia l’igiene sia la sicurezza degli utenti. Per esempio, mantenere l’acqua nel bollitore ad una temperatura più alta e poi raffreddarla o miscelarla prima dell’immissione nella rete può essere una soluzione tecnica adottata nei grandi edifici o impianti con ricircolo.

A livello più tecnico, norme come la UNI EN 15332 (e le versioni aggiornate) forniscono definizioni e parametri per le temperature nei bollitori e negli accumulatori domestici o collettivi: ad esempio, definiscono la temperatura di stoccaggio dell’acqua calda (misurata al termostato), la temperatura di erogazione e la temperatura “utilizzabile” per calcolare l’effettiva disponibilità di acqua calda da un impianto.

Queste norme non sono vincolanti come legge, ma servono come riferimento tecnico per progettisti e installatori per dimensionare correttamente serbatoi, valvole di miscelazione e sistemi di controllo. Nel concreto, un impianto di acqua calda centralizzato può essere progettato così:

  • Temperatura nel bollitore o serbatoio di accumulo: tipicamente impostata oltre 55–60 °C per minimizzare la possibilità di proliferazione batterica e garantire riserva di energia termica.
  • Temperatura di immissione nella rete di distribuzione: fino a 48 °C ± 5 °C secondo D.P.R. 412/93, per sicurezza dell’utente.
  • Temperatura ai punti di prelievo: può risultare poco inferiore a causa delle perdite di calore nei tubi, soprattutto in impianti datati o male isolati.
    In definitiva, la temperatura dei bollitori dell’acqua calda centralizzata è regolata da un insieme di norme e disposizioni che riflettono un equilibrio tra esigenze diverse.

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