Climatizzazione: oltre l’emergenza, serve una visione

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Luca Stefanutti Direttore tecnico ESA Engineering

Uno dei temi più caldi di questa estate è stata senza dubbio la climatizzazione. Le temperature record (che non possiamo più definire “eccezionali” come si usava un tempo) hanno infatti messo a nudo l’inadeguatezza di molti edifici di fronte agli effetti del cambiamento climatico.

La prima emergenza si è verificata a fine giugno con gli esami di maturità svolti all’interno di istituti scolastici nei quali studenti e insegnanti hanno dovuto affrontare condizioni al limite della sopportazione a causa dell’assenza di impianti di climatizzazione e ventilazione, di cui è dotato soltanto il 7% delle aule scolastiche.

Il ministro dell’Istruzione ha dichiarato che il governo è al lavoro per sviluppare una soluzione strutturale, ma si stima che sarebbe necessario un investimento di circa 3,7 miliardi di euro per dotare le scuole italiane di climatizzazione, schermature solari, impianti fotovoltaici e sistemi di monitoraggio della qualità dell’aria indoor, oltre che per l’adeguamento degli impianti elettrici e gli interventi di efficientamento energetico.

Purtroppo, come ormai è prassi, l’emergenza caldo ha fatto emergere una serie di proposte di soluzioni poco credibili per rendere più vivibili le nostre città. Come, ad esempio, quella lanciata a Roma dove si sta valutando l’installazione in piazza del Cinquecento di un gigantesco albero “bioclimatico”, una struttura in legno dotata di un sistema di raffreddamento evaporativo.

Il tutto per la modica cifra di 500 mila euro e senza citare gli effetti collaterali legati all’aumento dell’umidità e all’enorme consumo d’acqua. A proposito di palliativi, ma almeno con un effetto immediato, è da citare l’iniziativa Stay Cool promossa in Portogallo per realizzare in ogni comune degli spazi pubblici climatizzati, come biblioteche o centri civici, dove accogliere le persone più fragili. Un’idea semplice che potrebbe essere applicata anche nel nostro paese con un costo contenuto.

In Giappone, invece, grazie a una nuova norma i dipendenti pubblici di Tokyo ora possono indossare i pantaloncini sul posto di lavoro. L’iniziativa punta a incoraggiare l’uso di un abbigliamento più comodo e informale durante l’estate, con lo scopo di ridurre l’uso dell’aria condizionata e risparmiare sui costi dell’energia. La grande novità di quest’anno, tuttavia, è il fatto che la climatizzazione è stata al centro del dibattito politico su scala globale, scatenando una vera e propria guerra di comunicazione tra fautori e detrattori. Negli Stati Uniti, ad esempio, alcuni senatori repubblicani hanno attaccato il sindaco democratico di New York, Zohran Mamdani, per aver proposto di tarare i termostati a 26 °C (invece che a 20 °C) per evitare il rischio di blackout.

Come sempre la verità sta nel mezzo, dato che, se da una parte è indubbio che gli impianti HVAC garantiscono non solo benessere ma anche la vita delle persone (pensiamo agli ospedali), dall’altra essi rappresentano una delle cause principali del riscaldamento globale, conseguente alle emissioni di gas serra e di calore. In qualità di addetti ai lavori non possiamo negare questa evidenza e abbiamo la responsabilità di trovare il migliore compromesso tra comfort e protezione dell’ambiente.

Una soluzione da valutare è, ad esempio, lo sviluppo di reti di teleraffreddamento, già realizzate o in fase di costruzione in molte città europee e di oltreoceano, che consentono di ridurre consumi ed emissioni di calore delle centrali frigorifere. Il problema è che si tratta di una strategia che ha bisogno di tempi lunghi per essere programmata e realizzata e per la quale è necessario un intervento da parte della politica nell’ambito di una strategia energetica a livello nazionale.

Sullo sfondo incombe l’avanzata dei data center per l’intelligenza artificiale, con potenze di decine di MW che si traducono in enormi emissioni di calore causate dai sistemi di raffreddamento. Tutti gli sforzi per ridurre l’impatto climatico degli edifici potrebbero quindi rivelarsi inutili se non si riesce a ridurre questo effetto isola di calore che finora è stato sottovalutato.

Finita l’emergenza (soltanto per il momento), la climatizzazione deve quindi restare sotto i riflettori.

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