Pianificazione, produzione, after sales, manutenzione sul campo, supply chain: sono processi che hanno le proprie specificità e una caratteristica in comune: la generazione di un’ingente mole di dati che l’occhio umano non è in grado di interpretare velocemente. «Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale – spiega Romeo Pruno, Director Manufacturing and Mobility di Microsoft EMEA – che in ciascuno di questi “domini” è in grado di rivestire cinque diversi ruoli: motore predittivo, controllore cognitivo, copilota, generatore di soluzione e suggeritore di scenari alternativi».
Da un ambito all’altro, come l’AI supporta le operations industriali?

«Nella pianificazione, l’AI funziona come un motore predittivo: analizza domanda, disponibilità materiali, lead time, capacità produttiva e vincoli energetici. Il risultato è una pianificazione più realistica, più resiliente e aggiornata in tempo reale. Soprattutto, riduce il classico ciclo “pianifico–correggo–ripianifico”.
Nella produzione in fabbrica, l’AI è un “controllore cognitivo”: monitora sensori, parametri macchina e condizioni ambientali per anticipare deviazioni, cali di qualità e micro-fermate. Questo trasforma la manutenzione da reattiva a predittiva, aumentando l’OEE e riducendo scarti e down-time.
Per l’After Sales e la manutenzione sul campo, l’AI è un “copilota” che esegue diagnostica veloce, formula suggerimenti basati sull’history delle macchine, definisce procedure automatiche e offre supporto via mobile o AR. Le riparazioni diventano più rapide, aumenta la first-time fix rate e l’esperienza del cliente migliora drasticamente.
Nelle catene di fornitura, infine, l’AI vede correlazioni che tradizionalmente richiedono mesi per emergere: ritardi dei fornitori, costi energetici, capacità dei trasporti, rischi geopolitici. Questo genera scenari alternativi e suggerisce azioni ottimali, rendendo la supply chain più agile e meno esposta agli imprevisti».
Qual è la sfida che pone l’adozione dell’AI nei processi industriali strutturati, come quelli dei grandi produttori del settore?
«La sfida più grande non è tecnologica, bensì è culturale. Portare l’Intelligenza Artificiale nelle Operations non significa aggiungere un nuovo strumento, ma adottare un nuovo modo di lavorare. È un cambio di paradigma che ridefinisce il rapporto tra persone, processi e decisioni. Oggi molte decisioni si basano su output statici quali report, dashboard e metriche, che descrivono ciò che è già accaduto. Nel momento in cui li osserviamo, quei dati hanno già perso il loro valore d’azione. Interpretiamo il passato e, sulla base della nostra esperienza, formuliamo ipotesi sul futuro.
L’AI capovolge completamente questa logica, partendo dagli input anziché dagli output. Sensori, variabili, parametri operativi e telemetrie vengono analizzati nel momento esatto in cui sono generati, trasformando un flusso di segnali in conoscenza immediata. Invece di aspettare il problema per comprenderlo, l’AI testa in tempo reale milioni di combinazioni possibili, finché i dati non convergono sul pattern più probabile. È un processo continuo di validazione che anticipa gli eventi e suggerisce l’azione migliore prima che il rischio emerga. Questo approccio predittivo permette di agire alla fonte, migliorando la qualità dei processi (più veloci, più stabili, con meno errori) e aumentando la produttività individuale (più autonomia, meno imprevisti)».
Dunque, l’AI trasforma il modo di lavorare. In che modo impatta sul campo, quando si tratta di applicarla nelle operations?
«La chiave di lettura consiste nella riduzione della complessità, nell’eliminazione degli errori e nell’aumento della produttività, senza che questo mai sostituisca l’apporto dell’essere umano. Molti progetti che ho seguito al fianco delle industrie primarie del settore elettrotecnico hanno in comune la gestione dei dati su tre distinti livelli. In primis i dati di prodotto come caratteristiche, parametri, stato, cicli di vita; quindi, i dati di processo, tra cui sequenze operative, variabili critiche e performance. Infine, i dati operativi ricavati da telemetrie, sensori, eventi a bordo macchina e condizioni reali. L’AI di Microsoft integra queste fonti, le elabora in tempo reale e le trasforma in insight immediatamente utilizzabili da operatori, manutentori e responsabili di produzione. Questo comporta decisioni più rapide, consapevoli e coerenti con la realtà degli impianti, con meno rischi, meno sprechi e maggiore continuità operativa».
Spesso di parla di AI in termini di “tool”, mentre qui sembra emergere l’idea che essa sia un partner collaborativo, se non un fattore abilitante dell’integrazione uomo-macchina.
«Nei progetti Microsoft, l’AI non è un “tool”, bensì un partner operativo. E la differenza è sostanziale: un tool esegue il compito affidatogli, mentre un partner collabora, contestualizza, anticipa i problemi, propone soluzioni, lasciando all’uomo la decisione finale. Questo è evidente nei progetti con i marchi primari del settore elettrico: l’AI svolge un lavoro cognitivo ripetitivo e complesso, analizzando milioni di dati, individuando correlazioni e generando ipotesi. L’umano, libero dal lavoro “meccanico”, guida, interpreta e decide».
Quindi l’AI propone, consentendo all’operatore di scegliere cosa fare, quando e come?
«Corretto. L’Intelligenza Artificiale diventa “situationally aware” nel comprendere la macchina, il processo, l’ambiente energetico, gli eventi della supply chain. In questo senso agisce come un collega esperto e instancabile. La competenza delle persone viene amplificata. Ad esempio, un tecnico junior può risolvere problemi complessi, un ingegnere può progettare più velocemente, un operatore può prendere decisioni più solide e sicure. Questa è la vera trasformazione: non la sostituzione del lavoro umano, ma un potenziamento continuo, dove l’AI diventa la bussola e le persone conservano il timone».
La forza di una catena è data da quella del suo anello più debole. In una supply chain, come l’AI può rafforzare il punto debole attraverso la predittività?
«È vero: i clienti valutano i prodotti in base all’anello più debole di tutta la catena di valore: spedizione in ritardo a causa di un fornitore, qualità bassa a causa di una macchina soggetta a fermate, un servizio assistenza che non risponde. L’AI ci permette di intervenire prima che questo diventi un problema, grazie alla capacità di leggere segnali nei dati. L’AI analizza continuamente tempi di consegna, qualità, capacità produttiva, saturazione dei trasporti e perfino fattori esterni come meteo o congestioni.
Quando rileva un trend di ritardo, un aumento dei difetti, una macchina che vibra più del normale, anticipa il rischio e suggerisce l’azione correttiva. Così la supply chain non “subisce” più l’anello debole, ma lo gestisce in modo predittivo attraverso redistribuzione dei carichi, aggiustamenti di planning, manutenzione preventiva, o alternative di fornitura. Risultato: clienti soddisfatti».
Come i dati elaborati con l’AI possono essere di immediato supporto ai customer care?
«L’AI rende il customer care molto più rapido perché porta subito in superficie ciò che serve: la causa probabile del guasto, le azioni consigliate e persino le parti di ricambio necessarie. Analizzando storici, log di macchina, sensori e ticket passati, l’AI riconosce pattern ricorrenti e indirizza l’operatore verso la soluzione più probabile, evitando diagnosi lunghe e tentativi a vuoto. Il risultato è un’assistenza più veloce, più precisa e molto meno dipendente dall’esperienza individuale: problemi risolti in minuti invece che ore, e clienti che percepiscono immediatamente un salto di qualità nel servizio».
Guardando al futuro, considerando la sinergia uomo-macchina e tra aziende, quali sono le prossime evoluzioni che possiamo attenderci nell’ai industriale, magari in termini di Physical AI e intelligenza distribuita?
«Nel prossimo futuro l’AI industriale evolverà verso forme più integrate e “fisiche”, in cui l’intelligenza non sarà solo nel software, ma incorporata direttamente nei robot, nei materiali e nelle infrastrutture. La Physical AI renderà le macchine più adattive, capaci di percepire meglio l’ambiente e di collaborare in modo naturale con gli operatori, grazie a sensori avanzati, attuatori più sofisticati e modelli che apprendono in tempo reale. Parallelamente crescerà l’intelligenza distribuita: non avremo più un’unica AI centrale, ma una rete di sistemi intelligenti – macchine, impianti, veicoli, supply chain – che si scambiano informazioni e prendono decisioni coordinate. Questo abiliterà fabbriche più resilienti, riconfigurabili e autonome, dove uomo e AI cooperano come nodi complementari dello stesso ecosistema.
In sintesi, passeremo da macchine che eseguono compiti a sistemi intelligenti che co-progettano, co-decidono e co-operano con l’uomo e tra loro. La prossima grande sfida sarà trasformare i dati di produzione da “grezzi” a realmente affidabili, contestualizzati e interoperabili. Oggi molte aziende raccolgono enormi quantità di informazioni, spesso sono sparse, poco standardizzate o prive del contesto necessario per essere utili all’AI. Il passo successivo sarà lavorare su tre fronti: qualità alla fonte, con sensori più accurati, procedure di raccolta uniformi e automazione dei controlli. Governance del dato, cioè regole chiare su come i dati vengono puliti, etichettati e condivisi. Integrazione semantica, per collegare macchine, processi e sistemi informativi in un linguaggio comune. Solo così l’AI potrà diventare davvero predittiva e affidabile, trasformando il dato industriale in un asset strategico anziché in un vincolo».