Ricerca e innovazione in Italia

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Secondo l’ultima edizione della “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia”, recentemente pubblicata dal Consiglio nazionale delle ricerche in Italia il rapporto tra spesa per R&S e PIL è passato dall’1,0% del 2000 all’1,3% del 2015, ma siamo ancora in fondo alla classifica dei paesi europei. La spesa per R&S finanziata dal Governo in percentuale al PIL è rimasta stazionaria, di poco superiore allo 0,5% del PIL, e gli stanziamenti del Miur agli Enti pubblici di ricerca sono calati dai 1.857 milioni del 2002 ai 1.483 milioni del 2015: il Cnr, in particolare, ha subito una riduzione da 682 milioni a 533 milioni.

Dal 2000 al 2016 l’Italia è passata dal 3,2% al 4% della quota mondiale, raggiungendo la Francia. Un risultato – sostiene il Cnr – ancora più apprezzabile se si pensa che i paesi occidentali hanno visto la propria quota ridursi, in conseguenza dell’imporsi nel panorama scientifico di paesi emergenti, primo tra tutti la Cina. Destano invece preoccupazione i segnali sulla moderata crescita del personale di ricerca, la caduta dei dottori di ricerca dagli oltre 10 mila del 2007 a meno di 8 mila nel 2016.

Qualche dato positivo – continua la relazione – si registra sui brevetti: in aumento quelli depositati da imprese e autori italiani, ma non in misura sufficiente a tenere il passo con la crescente tendenza a proteggere di più, legalmente, le innovazioni industriali. Tra i settori di punta a livello brevettuale l’ingegneria meccanica, che concentra il 42% delle domande presentate presso l’Ufficio europeo e che è il settore con la crescita più marcata.

Nei design industriali registrati presso l’Unione Europea, ossia i diritti di proprietà intellettuale relativi alle innovazioni di tipo non tecnologico, quali quelle nella progettazione o nei modelli ornamentali, siamo secondi solo alla Germania. È confermata la specializzazione produttiva italiana in settori ad alto contenuto di conoscenza e collegati ai settori tipici del Made in Italy (quali mobili e arredi, illuminazione, cucine), ma che non ricavano il proprio punto di forza dalla ricerca scientifica e tecnologica.

Nel commercio ad alta tecnologia – conclude lo studio – l’Italia resta sotto il 2% delle esportazioni high-tech mondiali, meno della metà della quota francese e inglese e addirittura un quarto di quella tedesca. In negativo anche il mercato farmaceutico: la quota di mercato dell’Italia sulle esportazioni mondiali passa da più del 6% conseguito nel 2000 al 4% del 2016. Cresce invece quella sulle esportazioni mondiali nell’automazione industriale, che passa dal 4,5% al 6,8%.

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